20060413

Down life endless corridor

- Lo senti?

Sì. Lo sento ancora. Mentre passo le dita su queste piastrelle crepate, imploverate, macchiate di quello che potrebbe essere, tra gli altri, il mio sangue.
E nella mia testa esplodono le immagini di quel letto in fondo alla camera, le coperte fin sopra gli occhi per difendermi da quegli infermieri risoluti.
La puntura dell'ago e il torpore dell'anestetico per rendermi docile.
Il tavolo, i fogli, le macchie d'inchiostro, i camici bianchi, le luci soffuse.
Calpestio di zoccoli sanitari, vociare sommesso, pianti ininterrotti e urla improvvise.

- Vieni, andiamo.

Il corridoio è invaso dai calcinacci e dai detriti. I neon lampeggiano opachi sopra le nostre teste. Solo alzando gli occhi riconosco il posto, e lo vedo scorrere sopra di me come quando la barella mi trasportava verso le altre stanze.

- Il laboratorio è ancora agibile. Han portato via quasi tutto. Ma i loro odio è ancora là dentro.

La stanza si apre davanti a noi. Circolare, buia, sporca. I monitor spenti, rotti. Le provette sbriciolate sul pavimento. Gli stumenti spenti accatastati negli angoli, i macchinari abbandonati, i rilevatori arrugginiti.
Cammino verso il centro della stanza. Scendo i gradini che mi portano verso la parte sotto il livello del pavimento. Scanso qualche bossolo, qualche garza srotolata, qualche batuffolo di cotone.
Osservo il tavolo. Quelle cinghie consumate mi ricordano il mio lento divincolarmi, stretto tra loro e l'intontimento dei farmaci.Quando riapro gli occhi mi ritrovo con la testa alta, gli occhi inumiditi fissare i bracci metallici pendere senza vita dal soffitto. E le tre lampade che mi accecavano nonostante la vista appannata, socchiuse verso un paziente che mai più vedranno con i loro occhi luminosi.

1 commenti:

sarmigezetusa ha detto...

certe volte per l'odio neanche basta rifare la tinta.
serve un vissuto nuovo.