20061129

La guerra di Ururk

Lo sciamano camminava lento nel bosco, attento a non calpestare piante preziose o danneggiare funghi utili.
Sentiva l'erba e il muschio umidi di rugiada mattutina sotto i suoi piedoni nudi, e l'aria fresca sfiorargli le zanne e fargli tintinnare i monili appesi al suo bastone.
Di tanto in tanto si fermava a cogliere qualche pianta medicinale, qualche fiore dalle proprietà curative o semplicemente bacche per la sua riserva personale di liquore.
Sapeva quanto era preziosa la sua attività nel villaggio, e sperava di proseguire il più a lungo possibile, ben sapendo che prima o poi avrebbe dovuto trovarsi un giovane orko a cui tramandare le sue ricette, i suoi segreti e, se possibile, almeno un po' della sua passione per tutto questo.

Ma non sarebbe stato facile.

Per ora i giovani aspiravano solo a diventare capo, ruolo attualmente ricoperto dall'arrogante e borioso Ururk.
Lungi dall'essere un capo illuminato, Ururk sapeva fare solo due cose: attaccar briga con le tribù vicine per i motivi più stupidi e lanciarsi in qualche folle crociata per la conquista di un non so cosa che a lui era saltato in testa la mattina appena sveglio.
Così, in quattro e quattr'otto un manipolo di veterani sfregiati dalle cicatrici, qualche adulto e un gruppetto di giovani dalla pelle ancora chiara, si ricoprivano di piastre metalliche e elmi cornuti pronti per la battaglia. Danzavano una notte attorno al fuoco per invocare la protezione degli dei della guerra e si dipingevano glifi sulla faccia o sulle spalle per aumentare la propria forza, mentre il vecchio capo OkkioKiuso, seduto in mezzo ai più piccoli, raccontava le gesta di qualche leggendario orko che, tante e tante lune fa, aveva sconfitto un intero esercito di pellerosa, scacciato i bassitappi nelle loro miniere sottoterra e conquistato i tesori degli orekkiapunta.
All'alba, tutti quanti brandivano le loro spade ricurve e gli scudi rattoppati per andare alla guerra. La guerra di Ururk.

Tutto per finire con il riempirgli la capanna di orchi feriti e doloranti. Quelli che tornavano ovviamente.
Una settimanda di battaglia equivaleva a circa un mese di zanne spezzate, braccia rotte e ferite sanguinanti che dovevano essere limate, steccate e cucite.
Chi era uscito con solo qualche graffio o veniva giudicato guaribile nel giro di qualche giorno si ritrovava attorno al grande tavolo del capo per brindare alla vittoria e affogare nel calici di grog il presentimento di aver non conquistato un bel niente.

Seduto su un tronco d'albero, lo sciamano si rese improvvisamente conto di essersi lasciato prendere dai pensieri e aver trascurato il suo complito. Infilò l'ultimo ciuffetto di erbe raccolte nella grande bisaccia che portava a tracolla, prese il bastone e si affrettò per ritornare al villaggio.

Lungo la strada, vide sventolare alte le insegne della tribù, mentre il cupo suono del corno di battaglia annunciava una riunione straordinaria indetta dal capo tribù.

Chissà quale stupida idea aveva avuto questa volta.

1 commenti:

Gianluca Pace ha detto...

molto bello questo racconto, complimenti!! vorrei pubblicarlo sul mio blog, www.paranooyde.blogspot.com.. se vuoi puoi rispondermi a paranoyde@hotmail.it.. ancora complimenti...