20070326

Who wants to live forever?

L'ascensore apre gentilmente le sue porte mostrandomi un corridoio fresco e ben illuminato. Qui non ci sono lampade che tremano o neon rotti, e se non vivessimo sotto questa sorta di notte perennemente probabilmente da queste finestre entrerebbe persino qualche raggio di sole.

Non ero mai stato a questo piano ma, sebbene non me ne avessero fatto un'ottima pubblicità, ero curioso di salirvi per vedere con i miei occhi. In fondo per un'occasione speciale si può esaudire qualche desiderio.

Oggi compio il mio centocinquantesimo anno, ma non ho molta voglia di festeggiare.

Nonostante il mio cuore sia nuovo, il mio sistema nervoso sia stato rimappato, i miei polmoni puliti, sento una stanchezza difficilmente descrivibile. E anche se centinaia di migliaia di cellule cerebrali siano state rinnovate, liberandomi dai ricordi tristi che ho scelto di rimuovere, credo in buona sostanza di avere vissuto troppo.

L'infermiera spinge gentilmente la carrozzina su cui sono seduto verso le finestre dell'attico.
Se le mie orecchie fossero buone come un tempo, probabilmente sentirei il cigolio delle ruote, lo sfregare della gomma sul pavimento, il ronzio dei servo-motori della mia accompagnatrice, anzichè questo silenzio irreale. L'aria asettica del corridoio non emana alcun profumo, non mi riesce nemmeno di percepire la sua temperatura.

D'improvviso ci fermiamo, e solo ora mi rendo conto che, stando assorto nei miei pensieri, non ho fatto altro che fissare il pavimento.
L'infermiera mi poggia la mano sulla spalla, sento il freddo rigido delle sue falangi meccaniche anche attraverso la coperta di lana che mi avvolge.

- Siamo arrivati

Mi dice con voce atona.

- Resto in stand-by per 5.12 minuti per aggiornare il mio database.

Preferivo "le lascio qualche minuto per pensare", ma da questi inservienti tutto c'è da aspettarsi fuorchè la cortesia.

Prendo coraggio e alzo lo sguardo. E' ovvio che le cose siano sempre diverse da come le si vede in televisione, ma non c'è modo di evitarsi lo stupore quando si vede la propria città dal vivo dopo tanto tempo.

Un cielo color brace si stende con la sua spettrale presenza su tutto quello che il mio occhio riesce a vedere. Pare quasi che penetri i grattacieli, in alcuni punti, ed è come se all'orizzonte cercasse di ingoiarsi l'intero paesaggio.
Le rare luci accese delle costruzioni sono un manto di stelle morenti, come da secoli non se ne vedono.
Per un attimo ho l'impressione che abbiano capovolto una foto attaccata ai vetri blindati del palazzo.
Lento, poco distante da noi, passa tra le nubi un cargo militare. Un capodoglio metallico che nuota lento in questo mare d'aria pesante, muggendo un canto di motori antigravitazionali e sfiatando fiamme.
E dalle profondità dell'atmosfera gli risponde il tuono, un lugubre schiarimento di voce che si prepara all'urlo della tempesta.
Il vento soffia veloce, piegando antenne e facendo ondeggiare pe parabole sui tetti.
Se potessi veder degli alberi, quantunque ne fossero rimasti, sentirei nella mia testa il debole fruscio delle foglie.

Una goccia colpisce il vetro nel punto esatto dove sto guardando, è stupefacente cogliere l'attimo in cui cade la prima goccia di pioggia. Il paesaggio si fuoca mentre con gli occhi mi concentro su questo piccolo particolare appena caduto sotto la mia attenzione. E mentre il vetro si riempie di centinaia di gemelline identiche, sono ancora concentrato sulla mia prima goccia. Il vetro è pieno di puntini d'acqua, ma lei è ancora la mia preferita.
Ed anche i miei occhi si inumidiscono, e finalmente riesco a sentire il fresco dell'aria sulla superficie delle mie pupille. Sbatto le palpebre per cacciare le lacrime, perchè non mi impediscano di continuare a fissare la piccola goccia che ora sta scendendo lenta verso il bordo della finestra.
Seguo la sua irregolare strada d'acqua e vedo il disegno bagnato che traccia sul vetro, mi soffermo ad ogni sua sosta e accelero se una sorella caduta da poco la spintona violentemente verso il basso.

D'un tratto non c'è più vetro su cui scivolare, solo il nero consunto della saldatura, dove la goccia si posa con una delicatezza innata.

Chiudo gli occhi. Per sempre.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

finalmente l'hai pubblicato..
baci

la tua goccia