20080923

Comunque io mi chiamo Jane

[ATTENZIONE: prosegue dal capitolo 1]

L'ascensore era al piano e nell'ordine entrarono: prima il signor Smith cercando di passare bicchieri e bottiglia in una sola mano per poter premere il tasto giusto, poi la sua accompagnatrice fosforescente, seguiti dal silenzio che in ogni epoca sottolinea la scarsa confidenza tra due occupanti dello stesso ascensore.

Per due o tre volte, il signor Smith inspirò rapidamente e profondamente, come se cercasse di prender fiato e iniziare una conversazione per levarsi dall'imbarazzo, ma l'ascensore arrivò al piano prima che egli potè mettere insieme una frase di senso compiuto.
Si girò a destra e a sinistra, cercando di individuare il senso in cui procedevano i numeri delle stanze. Trovata la strada si diresse verso la sua camera, facendo cenno alla donna in rosa di seguirlo. Il corridoio era largo, caldo e umido; un vago odore di olio lubrificante saturava l'aria densa e immobile, mentre un drone da moquette in cortocircuito sbatteva ripetutamente contro uno spigolo. Passarono accanto alla 33 e nessuno dei due riuscì ad ignorare il nastro della polizia che, rimasto attaccato allo stipite, raccontava qualcosa del recente passato del loro ex vicini di stanza.

Arrivati alla 34, il signor Smith inserì la scheda magnetica nella apposita fessura facendo scattare la serratura. Aprì leggermente la porta e fece scorrere il braccio all'interno della stanza tastando delicatamente sul muro. Quando trovò l'interruttore e poté accendere la luce cacciò dentro anche la testa. Preferiva trovare qualche scarafaggio o addirittura un topo, piuttosto che un motivo per decorare con dell'altro nastro anche la loro stanza. Non trovò nulla al di fuori dall'ordinario, ma decise scetticamente di dare una controllatina anche al bagno. Era ben consapevole di aver scelto un motel di quarto ordine e di non essersi cercato una suite, ma gli sarebbe dispiaciuto trovare un cesso traboccante d'acqua o una doccia incrostata di ruggine. Era come se, più che ratti o insetti, cercasse il modo di convincersi che non era caduto così in basso; voleva trovare il modo di negare a se stesso che avrebbe passato l'ultimo dell'anno in compagnia di una prostituta che poco avrebbe voluto da lui se non i suoi soldi.

Nel frattempo la ragazza che era con lui aveva spento il giaccone multicolore, ed aveva varcato la soglia della 34. Si tolse il soprabito, sfilò le scarpe e si lasciò cadere fiaccamente sul letto matrimoniale. Le molle cigolarono noiose, facendo precipitare nuovamente la situazione in un silenzio fastidioso.

- ...comunque io mi chiamo Jane – disse la donna in rosa.

Il signor Smith non rispose e chiuse a chiave la porta. Jane era sdraiata scomposta, la testa girata verso le finestre ad osservare la stessa neve inquinata che sarebbe ricaduta più in basso verso il padrone dell'albergo. La mano destra giocava nervosamente con la collana in perloplastica, la mano sinistra tamburellava sotto un lembo della maglia sintetica. La minigonna stropicciata mostrava la biancheria rossa che si tiene da parte per l'ultimo dell'anno.
Il signor Smith si avvicinò lentamente senza riuscire a distogliere lo sguardo.
Lei se ne accorse e rise.

Freddo il sorriso degli amanti sulla scatola dei preservativi.

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