20080926

Immagino non ci siano testimoni

[ATTENZIONE: prosegue dal capitolo 3]

L'ambulanza del medico legale atterrò delicatamente sulla balconata del Motel. Due volanti stavano illuminando alternativamente di rosso e azzurro la hall e i primi piani dello stabile.
Alle finestre dei grattacieli accanto cominciavano a comparirei primi curiosi. Stordito e confuso, il figlio facchino sedeva su una poltrona dell'ingresso, con addosso una coperta di lana marrone e in mano una tazza di caffè. Era ancora abbastanza fatto e stava cercando di capire se tutti quei colori che vedeva attorno a se erano reali o causati dal cok3.

Dentro la trentatré, intanto, c'era solo il fotografo. Posò delicatamente il cavalletto con la sfera fotografica in centro alla stanza, uscì e la fece scattare. Poi ripeté l'operazione per ogni angolazione e per il bagno. Infine la fece scattare dentro l'armadio a muro. Senza quell'aggeggio sarebbe stato impossibile avere una foto tridimensionale di ogni centimetro della stanza in soli cinque minuti. Quando ebbe finito toccò alla squadra della scientifica.
Questi verificarono palmo a palmo l'intera camera, passando ovunque i loro aspirapolvere differenziali: qualsiasi sostanza, pelo o capello avessero aspirato sarebbe stata separata dagli altri componenti e catalogata in un sacchettino dedicato. Ai tecnici non sarebbe restato altro che prendere i pezzi più grossi e imbustarli in sacchetti più grandi.
Terminato il loro compito fecero entrare il medico legale, che iniziò a sua volta rilievi e perizie chiacchierando nel suo registratore da taschino.

Mister Smith, che nel frattempo si era rivestito, era affascinato dalle operazioni di rilevamento. Herbert lo guardò di traverso e si sentì ancora più convinto dell'intuizione avuta qualche ora prima nella hall. Jane era in piedi contro la parete, stretta nel suo soprabito impostato sulle tonalità del grigio e del nero, lo sguardo fisso nel vuoto, la sigaretta tra le dita tremanti.
Si avvicinò loro un agente con un redattore audio-scrivente chiedendo documenti e motivo della loro presenza.

Il tenente Wilson attendeva impazientemente il suo turno. Gli sembrava di essere nella sala d’attesa di un dentista più che sulla scena del crimine, ma entrambe le cose avevano un punto in comune: dover attendere un male necessario.
Finita la processione di tecnici finalmente venne il suo turno. Entrò nella stanza e si avvicinò al corpo ancora appeso allo ionizzatore da soffitto. Sebbene fosse una scena insolita, non ebbe bisogno del medico legale per capire le cause della morte: il foro di proiettile in mezzo alla fronte della vittima aveva sanguinato copiosamente, il che significava che la vittima era ancora viva al momento dello sparo. Ma che senso aveva sparare ad un uomo che aveva già intenzione di ammazzarsi?
Gli sia avvicinò l’agente Kaplan con la scheda della vittima: Dick Arro, quarantenne, da poco disoccupato, scapolo. Nessun precedente penale, solo un paio di multe per divieto di sosta. Sicuramente motivi plausibili per suicidarsi, ma non per beccarsi un colpo di pistola.

- Immagino non ci siano testimoni.. - disse il tenente

Kaplan gli indicò le tre persone fuori dalla porta intente a parlare con l’agente Rodenberry.
Gli fece cenno di avvicinarsi e lui si presentò con i rapporti pronti.
Il primo era del proprietario dell'albergo, Herbert Mudson: aveva sentito lo sparo mentre si trovava nella hall ed era accorso per scoprire che era successo. L'anno prima era stato indagato per un fatto simile avvenuto nella medesima stanza, ma era stato scagionato quando scoprirono che le sue impronte digitali erano finite sul luogo del suicidio per pura disattenzione.
Il secondo rapporto era quello della giovane donna. Jane Hogson, 24 anni, prostituta con regolare licenza statale fresca di rinnovo. Qualche precedente per esercizio in luogo non consentito ma niente di più. Nessun legame segnalato con l'ambiente malavitoso. Era nella stanza accanto intenta ad intrattenere un cliente. Confermava di aver udito lo sparo alla stessa ora dichiarata da Mudson, ma non aveva visto o sentito nient'altro.
Il terzo era quello dell'uomo vestito da manager. Come buona parte dei clienti di motel e prostitute aveva dato un nome falso all'ingresso, ma aveva pagato con addebito sul suo conto senza alcuna forma di occultamento. Wilson aveva appena iniziato a leggere quando gli si avvicinò nuovamente l'agente Rodenberry con quella che sarebbe stata la sua sola colazione.

Freddo il caffè nel bicchiere del tenente Wilson

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[capitolo 3]
[capitolo 5]
[capitolo 6]

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