20080925

Raccontami di te

[ATTENZIONE: prosegue dal capitolo 2]

Nuda e con un calice di spumante, sotto il lenzuolo probabilmente rubato da una catena di grandi hotel a cinque stelle. Jane guardava le bollicine salire rapide in superficie. Sedeva poggiando i gomiti sulle ginocchia, la testa appoggiata al braccio sinistro.
Sdraiatole accanto, mister Smith le passava delicatamente la mano sulla schiena, carezzando con i polpastrelli le piccole vertebre arcuate. Come un pianista sente il brivido nel passar le dita sulla superficie in plastavorio dei tasti dello strumento che ama così spiritualmente, così lui sentiva liscia la pelle delicata della donna che aveva amato così fisicamente.

- Raccontami di te – disse il signor Smith

Lei voltò lentamente la testa verso di lui con un aria interrogativa. Solitamente spettava a lei questa battuta, quando voleva evitare che l'assoluta mancanza di dialogo rendesse il suo lavoro una mera transazione economica. Sentirsi chiedere per la prima volta qualcosa del genere non poteva che causarle un certo scetticismo. Ma lui non cercò ne di cambiare discorso ne di scusarsi d'essere stato invadente: aspettava incuriosito. Sorrise continuando a guardarlo.
Poggiò il bicchiere sul comodino, si sdraiò e gli si avvicinò. Lui si girò su un fianco e la fissò sempre più curioso. Evidentemente, pensò lei, voleva davvero ascoltarla.

Un colpo di pistola echeggiò dai piani superiori. Herbert si svegliò di soprassalto lasciando cadere la rivista con la quale si era appisolato in poltrona. Evidentemente anche quell'anno un fallito aveva deciso di farla finita proprio a nel suo dannatissimo motel. Sfilò da sotto il bancone il fucile, mise in tasca un paio di cartucce supplementari e si diresse verso il corridoio.
Gli ascensori sembravano entrambi bloccati, così decise di prendere la via più faticosa: quella delle scale di emergenza. Per un uomo della sua stazza, centosei chili di snack e vita sedentaria, non era facile fare le scale di corsa ed Herbert arrivò al terzo piano ansimando e imprecando. C'era uno strano odore al piano, gli ricordava quando da giovane lavorava in un fast-food vicino a casa: otto ore al giorno a frigger patatine e a ingozzarsi di panini gratis. Decise di affidarsi letteralmente al suo naso, seguendo la scia di odore.

Fatsy se ne stava culo all'aria accasciata contro lo spigolo del corridoio, una pozza d'olio caldo aveva ricoperto metà del calpestabile accanto a lei. Il drone da moquette era accorso per pulire, ma era rimasto impantanato sulla superficie viscosa e ora stava cercando di liberarsi facendo accelerare i suoi servo motori a mille giri, ronzando come una vespa rimasta attaccata alla carta moschicida. Avvicinandosi Herbert vide che il portello per la manutenzione di Fatsy era aperto e bruciacchiato, ma nessun foro di proiettile. L'ipotesi che un idiota avesse sparato al suo robot era appena stata smentita.
Tenendo ben stretto il fucile proseguì la sua ricerca. Un presentimento lo portava diritto verso un altro brutto ricordo, quello della stanza 33.

Trovò il fantomatico signor Smith, fasciato frettolosamente in un accappatoio che aveva rubato ad un Hilton di Marte, mentre indicava tremolante la maniglia della porta rimasta socchiusa. Evidentemente lo sparo che avevano sentito proveniva da quella stanza e, altrettanto evidentemente, anche quell'anno la 33 era stata scelta come teatro per un fatto di cronaca. Attento a non lasciare impronte indesiderate, Herbert spinse la porta con la tessera magnetica. L'interno della stanza era praticamente buio, così prese nuovamente il passepartout per toccare l'interruttore. Quando la luce si accese, ad entrambi mancò il respiro.

Un uomo di mezza età, pendeva dallo ionizzatore da soffitto. Al collo un cappio fatto con una corda da scalatore e poco distante da lui la sedia rovesciata che gli aveva fatto da patibolo. In fronte il foro sanguinante di una pistola di piccolo calibro.

Freddo il corpo del suicida assassinato.

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[capitolo 6]

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