20130901

Sticky Fingers


A tre anni, il più grande mistero della scienza che mi assillava era scoprire “il coccodrillo come fa”. Fu forse questo che, durante un safari in Africa con i miei facoltosi genitori, sgattaiolai in direzione del fiume per accarezzarne un paio.
Meno di ventriquattrore dopo giacevo su una barella dell’ospedale più malridotto del continente con un uncino temporaneo, e una siringata di sorella morfina che mi spingeva ad intraprendere seriamente la carriera di pirata ex-mancino.

A quattro anni, la mia maestra d’asilo privato trovava commovente vedermi intingere la manina bionica nella tempera e realizzare quadretti con impronte delle mie manine, come i miei compagni. Loro invece avevano segretamente paura di me e della mia diversità e spesso erano reticenti a infilare nuovamente la manina nello stesso secchio in cui l’avevo intinta io, come se avessero paura di contrarre una assurda malattia che avrebbe trasformato la mano in un arto meccanico pieno di api che ronzavano ogni volta che la muovevi.
Per questo fui l’unico a usare il colore viola. Per questo divenne il mio colore preferito.
Il marito di questa insegnante, però, aveva annusato l’affare e propose ai miei genitori di esporre i miei “capolavori” nella sua galleria d’arte, corredati da una foto che ritraesse me mentre li realizzavo, in modo -diceva lui - da garantirne l’autenticità. E fare pietà anche. Ma questo non lo disse, forse.

A cinque anni ero alla mia prima conferenza stampa con un paio di occhiali da sole del secolo precedente per proteggermi dai flash, e con un conto corrente milionario. Come se i miei genitori avessero bisogno di altro denaro. Il gallerista accanto a me si preoccupava di mettermi in bocca le giuste risposte, mentre io scarabocchiavo pigramente un volantino con la mia faccia e una serie di frasi che non sapevo leggere. Mi disegnai gli occhiali verdi, una folta barba arancione e colorai tutti i denti di blu. Venne venduto dieci minuti dopo per dieci kappa, facendomi giungere alla conclusione che saper leggere ti permettesse di vendere le lettere che non usavi.

A sei anni sapevo leggere, vivevo con mia madre, l’assegno di mantenimento di papà, un giardiniere, una psicanalista e un’insegnante che veniva a darmi lezioni private. Casa mia era diventata il mio gigantesco secchiello di tempera viola. Ci dipinsi a manate l’intera cameretta, moquette compresa. Mia madre tollerò solo per fingere di assecondare la mia vena artistica, o forse perchè già ubriaca.

A dieci passavo le vacanze sullo yacht di papà con la sua fidanzatina ventenne e le sue tette più finte della mia mano.
A tredici bruciai i servo motori di quattro mani pensando alle tettone della ex-fidanzata di papà, ma raccontavo di averle danneggiate giocando con gli amici. Ma chi ne aveva?
A sedici anni la mia collezione di manine dai sei ai quindici anni fu battuta all’asta per venti milioni di sberle. Le rimanenti le usavo come posacenere, a volte senza nemmeno prendere la briga di staccarmele dal polso.
A diciotto anni avevo un loft in centro pieno di quadri lasciati a metà, con angolo cottura e una bionda stupida affezionata alla coca che ogni tanto mi dormiva nel letto. Feci una scultura usando una delle mie mani, infilando su ogni dito un preservativo usato con la cocainomane e la donai ad un’asta di beneficienza. Raccoglievano fondi per una cura a una malattia venerea. Con quello che ci hanno ricavato mi stupisce non abbiano ancora trovato il segreto dell’immortalità.

Il giorno del mio venticinquesimo compleanno due poliziotti mi svegliarono ancora sbronzo dalla festa della sera precedente, chiedendomi che cosa ci facesse un cantante morto nella mia vasca da bagno. Il triplo disco di platino con due singoli in classifica si era imbucato alla mia festa e ora faceva l'idromassaggio nell'urina e nel vomito. In parte non suoi.
Addosso non aveva più nulla, ma nelle vene scorreva un mix di roba che avrebbe steso anche un pugile da box clandestina.
L'avrei passata liscia, se la mia ex non avesse dimenticato qualche grammo della sua robaccia in fondo ad una scatola di aspirine. Spero le vada in corto il pornodroide con cui mi ha sostituito.
Mia madre si presentò alla porta della mia cella con addosso più botox che anima, al guinzaglio un avvocatello fresco fresco di laurea. Per la parcella non ci sarebbero stati problemi - diceva; probabilmente se lo sbatteva già da qualche mese prima della mia carcerazione.
Guardandolo in faccia potevo vedere solo compassione, ma non avrei saputo dire a chi dei tre era maggiormente indirizzata.
Mio padre non si fece vivo, mandò un bonifico per la mia cauzione da dovunque si era cacciato in seconda luna di miele con la tettona. Quella sera, tornato a casa, le dedicai una sega nostalgica dei suoi topless mentre eravamo ormeggiati a Montecarlo.
L'avvocatello ottenne forse l'unica vittoria della sua vita e mi fece dare solo qualche mese di servizi sociali. Un branco di giornalisti mi aspettò famelico di altre risposte pre-memorizzate, davanti ai cancelli del centro di riabilitazione per tossicodipendenti in cui dovevo scontare la mia pena alternativa.
Molti di loro avevano venduto arti e organi per comprarsi la roba e ora mi attendevano malridotti e artificiali come uno stock di manichini da crash test. Equamente divisi tra chi stava ancora dietro le telecamere e chi, quella volta, ci era finito davanti.

A ventisette anni anche mio padre decise di darsi all'arte decorando la stanza di un motel con un fucile e le sue cervella.
Scoprii quindi dai giornali che, qualche giorno prima, la neo-mogliettina siliconata, e futura madre del mio fratellastro, lo aveva trovato con le mani nelle mutandine della segretaria. Aveva istantaneamente chiesto un divorzio milionario e si era rifiutata di farlo entrare in casa.
In più, essendo il marito in possesso di un'arma da fuoco, aveva una leva successivamente potente da lasciargli giusto la biancheria intima della sua dipendente.

A ventinove anni la mia collezione di manine fu trovata in casa di uno scapolo d’oro del cinema assieme ad una discreta quantità di materiale pedopornografico. Dai residui comparsi con il luminol era abbastanza chiaro che cosa ci avesse fatto anche lui con quelle mani. Quando sentii un comico ironizzare sul fatto che probabilmente io e lui avevamo condiviso un’amante, vomitai il pranzo.

A trent'anni ho dovuto vendere il loft e trasferirmi in un monolocale in periferia. All'ultima mia mostra non è venuto nessuno e mi sono messo a vendere alcuni dei miei quadri su eBay, trovandone altri già in vendita. Nessuna offerta, nonostante i prezzi da mercatino dell'usato.
Mia madre sostiene di aver perdonato mio padre e di voler tornare con lui, non appena le passa l'Altzheimer. L’avvocatello ha usato la sua parte di eredità per predisporre il suo ricovero a vita in un ospizio fuori città, lontano dalla sua nuova fidanzata, un’ereditiera con le tette finte di mia conoscenza.
Sono seduto sul parapetto del balcone. Dieci piani più sotto ho posizionato una bozza per una scultura: la mia ultima mano con l’indice puntato verso di me. Se ho fatto i conti giusti dovrei atterrarci perfettamente sopra, concludendo l’opera e facendo innalzare di colpo il valore di tutte le altre.

0 commenti: