20140401

But the ugly marks are worth the momentary gain


"Muoiono nello stesso respiro, gli amanti"

Veronica aveva voluto quelle parole di Alessandro Baricco scritte sulla pelle fin da quando aveva avuto la maggiore età per scegliere di tatuarsele, ma solo di recente aveva racimolato abbastanza soldi e coraggio per farlo davvero.
Non aveva scelto lei, invece, il suo tatuatore. Glielo aveva consigliato un'amica, piena di tatuaggi ed esperienze con artisti e macellai: "perchè entrambi sanno lasciarti i segni addosso, ma solo i secondi ti fanno capire quanto sia sacro ogni centimetro della tua epidermide" le aveva detto.
Le amiche si vedono sempre nel momento del bisogno, e di solito c'è di mezzo un uomo e del dolore.
In maniera inversamente proporzionale.
E così l'aveva portata allo studio e le aveva fatto conoscere il tatuatore.

"Piacere, Davide. Che poi Piacere è anche il mio cognome, quindi è un doppio piacere."
Lei aveva sorriso.
Aveva visto le sue opere appese sulla pelle delle persone, in fotografie attaccate alle pareti. Lomografie, bianchi e neri. Intrecci di tribali simmetrici come antiche macchie di Rorshack, ingredienti degli involtini primavera imponenti come rune di guerra, teschi sorridenti nell'ironia della morte, latino e caratteri gotici per spaventarsi negli spogliatoi, fatine e cheguevari per chi crede ancora alle favole.
Ma, sopra tutto, aveva visto le sue mani guantate di lattice e i suoi occhi neri più dell'inchiostro.
Per anni aveva immaginato cosa e dove tatuarsi, ma per assurdo non non era mai riuscita a focalizzare il "come". Aveva immaginato corsivi, grassetti, serif e sans-serif, ma non era stata in grado di concentrarsi a sufficienza da decidere una volta per tutte.
"Fai tu," gli disse "mi fido della tua mano."
C'è chi trova il dolore di un tatuaggio catartico, chi il richiamo di un ricordo lontano. Veronica sentiva solamente che qualcosa, oltre all'inchiostro, le stava entrando dentro, a fondo.

Qualche giorno dopo erano solo Veronica e un vermicello di vasellina posato sulla pelle arrossata, spalmato con la cura con cui si restaurerebbe un quadro. Accarezzava la pelle seguendo le linee inchiostrate, cercando il piccolo rilievo formato dalla pelle ancora ferita, ancora pulsante.
Guardava le lettere districarsi tra i suoi pori, evitando i minuscoli irriducibili peletti sopravvissuti alla furia estetista. Osservava le inclinazioni, le giunzioni, le piccole grazie che si sollevavano dalle lettere.
E così, presa da un'incontenibile curiosità, recuperò un vecchio libro regalatole da qualcuno che non aveva più importanza, quando le era presa la mania della grafologia.
La mania era passata, e anche lui, e tutto era finito in un angolo dimenticato della memoria e della casa.
Sfogliò avidamente le pagine alla ricerca dei significati, delle ipotesi.
Si trovò a ricostruire la vita di una persona che aveva conosciuto solo per qualche ora e che le aveva scambiato soldi con dolore e inchiostro. Pensò a come doveva sentirsi mentre scriveva quelle parole, a come potesse aver paura di tradire i suoi sentimenti lasciandoli, per sbaglio, sulla punta della macchinetta. di come le sue emozioni si potessero riflettere nelle gambe delle emme, nelle pance delle a, nelle bocche delle o, sotto i fragili puntini delle i.
Vide un uomo timido e solo, nonostante migliaia di contatti a pelle con altri esseri umani e che, la sera, abbassata la serranda del suo negozio, guardava il cielo e sospirava. Come lei, in quell'istante.

Il giorno dopo era davanti alla sua vetrina. Guardava dentro, cercandolo tra le migliaia di disegni privi di significato. Lo vide nella stanza sul retro, mentre ravvivava un delirio di colori sulla spalla di una ragazza senza reggiseno. Rimase immobile a fissare il pennino mentre questo faceva avanti e indietro sulla pelle della sconosciuta, poi si staccava, andava all'inchiostro, ritornava e ricominciava. Una danza meravigliosa che la ipnotizzava in ogni sua piccola incertezza, in ogni gioco di dita per aggiustarsi lo strumento tra le mani.
Gli occhi nerissimi incastonati nel volto che seguivano attenti i suoi gesti, misuravano centimetri di pelle e disegnavano un movimento prima ancora che lo facesse la mano.

Fino a quando non si alzò, ripose lo strumento nella sua sede, si tolse i guanti e baciò appassionatamente la ragazza.

Quando questa uscì dal negozio, Veronica se ne era già andata.

E finalmente, arrivò il dolore.

3 commenti:

MarTilla ha detto...

E' quasi assurdamente bello il modo che hai di descrivere qualcosa che non hai provato. Quando la puntina si avvicina e invade le cellule della pelle ti senti come un vinile che deve essere inciso.
Rimane indelebile, come il significato che ti porti addosso e non sai quanto questo possa rimanere cristallino nella memoria per gli anni che verranno. Scelte e coraggio.

MarTilla ha detto...

E' quasi assurdamente bello il modo che hai di descrivere qualcosa che non hai provato. Quando la puntina invade le cellule della pelle è sentirsi come un vinile che viene registrato e la sua memoria viene racchiusa in linee concentriche. Che poi sia una scelta coraggiosa, questo è poco più che certo, ma è una scelta. Talvolta ci tatuiamo per ricordarci di qualcosa per il resto della nostra vita, ma sono certa che non avrà lo stesso smacco e la stessa vividezza che c'era quando si è deciso di farli.

Lastwhitelf ha detto...

@MarTilla: Grazie :)

E' stato un bell'esercizio di stile, sia per il punto di vista femminile, sia per l'argomento trattato.